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Le Parabole Del Regno Di Dio

Letture: Ez 17,22-24; 2 Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

Il Vangelo di Marco dà molto spazio alle opere di Gesù, e poco ai suoi discorsi. Acquista così un particolare valore il “Libretto delle parabole” (4,1-34), raccolta di cinque parabole di cui il Vangelo odierno ci propone la conclusione.

La parabola del seme che cresce “da solo”, “automàte” (4,28), che leggiamo nel Vangelo odierno, è l’unica propria di Marco. Essa si collega alla prima, quella del seme che cresce nonostante le difficoltà (4,1-9), malgrado i terreni avversi: là era annuncio della certezza nella venuta del Regno, di ottimismo nel successo finale nonostante i fallimenti presenti; qui si sottolinea la fiducia nella forza intrinseca della Parola seminata, di quella parola che – dice il Signore – “non ritorna a me senza effetto, senza avere operato ciò che desidero, e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-12).

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Il seme cresce “automàte“, da solo: quale serenità per noi! E’ un invito alla pazienza e alla fiducia nel Regno che viene e che cresce, ad abbandonarsi senza timore in Dio (Es 14,14). Inoltre ci viene ricordato che, per quanto ci agitiamo, il Regno progredisce solo per la sua propria potenza: come si afferma nel Salmo: “Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno” (Sl 127,2). Il credente dovrà sempre ricordare di essere “servo inutile” (Lc 17,10). A noi così impegnati nell’evangelizzazione e per un mondo più giusto, spesso stanchi per le troppe incombenze, sfiduciati per l’impari battaglia, Gesù ingiunge di abbandonarci alla letizia della contemplazione: siamo salvati dalla gratuità dell’amore di Dio, e non dai nostri sforzi… Ignazio di Loyola ben sintetizzava lotta e contemplazione nel motto: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio”…

L’ultima parabola è quella del granello di senapa (4,30-34): il granello di senapa era proverbiale in Palestina per la sua piccolezza. Gesù vuole insistere sul rapporto tra gli umili inizi del Regno e la sua crescita in mezzo agli uomini. Il piccolo seme diventa il grande albero della Signoria di Dio, come afferma Ezechiele nella prima Lettura (Ez 17,22-24; cfr 31,5; Dn 4,17-18; Gdc 9,8-15; Sl 80, 9-12), che offre ombra sotto cui ripararsi come la nube nel deserto (Is 4,6), che dà l’attesa protezione messianica (Lam 4,20). Non resta che meravigliarsi, che lodare adorando Dio che “schianta i cedri del Libano” (Sl 29,5), ma rafforza il piccolo seme del Regno. Ancora una volta ci viene presentata la logica divina, che è quella di essere piccoli, disprezzati, che è quella di morire nella terra (Gv 12,24): pene, sofferenze, pazienza, umiltà, debolezza, nascondimento sono i “criteri di discernimento” del Regno di Dio. “Siamo in esilio lontano dal Signore”, ci dice la seconda Lettura, “camminiamo nella fede e non ancora in visione, ma siamo pieni di fiducia” (2 Cor 5,6-7)!

Il “Libretto delle parabole” si conclude sottolineando l’assoluta trascendenza del Regno, che non può essere spiegato se non a coloro che sono “dentro” (4,11), che vivono nel “privato” di Gesù (4,34): solo stando con Gesù, amandolo con tutto noi stessi entreremo nel “mistero del Regno” (4,11): la fede non è conquista intellettuale, ma adesione personale a Cristo, unione intima con lui, unico Salvatore.

Accogliere Gesù nella nostra vita è il senso ultimo delle cinque parabole: solo un resto è recettivo al seme (prima parabola: 4,1-9), che è Cristo luce del mondo (seconda: 4,21-22); se lo si riceve misurandolo cosa enorme (terza: 2,24-25), il suo Regno crescerà con forza propria (quarta: 4,26-29), diventando (quinta parabola: 4,30-32) il grande albero su cui tutti gli uomini della terra possono trovare protezione, rifugio, salvezza.

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