Kadjam – Restate in pace

Dario Leoni, laico fidei donum della diocesi di Milano, ci racconta uno scorcio della sua esperienza in Camerun  dal 2018 al 2022

(di Dario Leoni)
Spazi immensi e una terra arsa dal sole.
Un suolo duro che si screpola a pentagoni per l’aridità,  al culmine della stagione secca e del caldo in questa fascia pre-desertica del Sahel. Si chiama in gergo tecnico vertisol ed è un impasto di argille e sabbie alterate che mal si prestano ai tentativi di coltivazione.
In questo villaggio di Kadjam – “restate nella pace” in lingua moundang – abbiamo realizzato con la squadra dell’hydraulique una delle ultime perforazioni per acqua mediante sonda meccanica a 65 m di profondità, anche con il contributo economico delle popolazioni locali.
Al momento della forazione, un  po’ d’acqua era fuoriuscita, La prova, detta di pompaggio, dura almeno 4 ore. È un adattamento per il contesto africano nelle zone dal basamento cristallino .
Non diversamente da altre uscite, si spera di arrivare sul terreno e trovare un po’ d’ombra per ripararsi dal sole più forte dell’anno, magari qualche neem piantato da qualcuno non lontano dal pozzo.
Ma neanche stavolta è così, e la questione non è così semplice da comprendere. La gente non ama piantare alberi anche quando vengono loro forniti. Alcune volte per questioni di terreno, altre volte i pochi alberi che ci sono vengono tagliati per vendere la legna da ardere al mercato, con gravi conseguenze per un’ecosistema già molto fragile.
C’è solo qualche arbusto dai rami stecchiti che non può offrire molto riparo ma ci si prova, all’inizio.
Cominciamo la prova, l’acqua comincia a sgorgare e accorrono i bambini con le taniche gialle da 25 litri, è il loro compito. Spuntano fuori dal nulla magicamente ogni volta che facciamo una prova di questo tipo.
Ma fa veramente caldo e non troppo lontano, a circa 300 m, c’è una capanna con una specie di corte e un riparo con qualche palo piantato alla meglio nel terreno, con qualche fusto di miglio tagliato al di sopra per fare da riparo. Un ragazzo che è venuto al forage dice che è sua. E allora gli chiedo se possiamo ripararci là. Va bene, dice lui.
Un po’ d‘ombra c’è, ci sono 6/7 galline ( immancabili presso l’abitazione di qualunque “paysan”), diversi bambini curiosi di vedere il bianco e due giovani, il padrone di casa e il suo amico.
Si passa un po’ di tempo assieme, magari non tante parole, ma sicuramente è piacevole. Ci sarà pure modo di far ridere i bambini, quando dopo una folata di vento che alza un polverone, un ramo del “portico” mi cade in testa. Era leggero, per fortuna, anche se nodoso.
I due giovani stanno preparando il loro bac, l’equivalente dell’esame di stato delle superiori per noi, che è di un livello davvero difficile ricalcato com’è sul sistema scolastico francese e si colloca al termine di un ciclo scolastico superiore. Definirlo assolutamente improvvisato è un eufemismo. Stanno studiando le scienze. Ok, tettonica delle placche… Da geologo mi sento preparato, è andata.
Fa davvero troppo caldo sotto anche sotto la tettoia e non mi sento troppo bene. Ho bisogno di stendermi un attimo. Il ragazzo capisce e mi invita a entrare nella sua capanna fatto col fango. “L’ho fatta io lo scorso novembre”, dice orgoglioso e dentro di me penso alla diversità di esperienze fra ragazzi della stessa età in contesti diversi.
Gli sarò sempre grato per la sensazione di fresco una volta dentro. Un corridoio davanti oltre la porta a destra– è lì che mi stenderò per riposare su una stuoia –, nessuna finestra, un telo per separare l’ambiente dove sta il letto senza alcun materasso né cuscino e con poche doghe ( giusto quelle necessarie per non cadere a terra). Sotto, si trovano quaderni di scuola in grande quantità.
C’è anche una sorta di strumento a corda, come una piccola chitarra, anch’essa fabbricata da lui, e simile ad altre tradizionali con le quali i griot accompagnano le loro storie. Si divertirà a suonarla con il suo amico oppure da solo, una volta finito di studiare, dopo essersi cercato l’acqua per la giornata, aver dato da mangiare ai polli ed aver coltivato il suo campo di miglio adiacente la capanna.
Mi stendo sul dorso e così guardo il tetto a pianta quadrata fatto con i fusti del miglio secco, abilmente sostenuto da qualche ramo e davvero bello a vedersi nella sua semplicità.
Proprio dal centro pende un crocifisso fatto di due steli di miglio incrociati e fissati con un po’ di caucciù. Evidentemente qualcosa che per il mio ospite non poteva mancare nella sua magione.
Finiamo di installare il forage  e il villaggio di Kadjam avrà il suo forage. Un po’ di sollievo nella vita del mio ospite che si è visto capitare un bianco – nazara, come dicono qui – nella sua capanna di fango pronta da poco,  senza sapere da dove piovesse. Così come io non so nulla della sua storia e del perché così giovane viva solo in un ambiente come quello.
E non so come esprimere l’augurio migliore per lui e per il suo amico alle prese con l’esame scolastico più importante del loro corso, che non riesco ad immaginare quali porte possa schiudere loro.

Fonte e immagini

SEC 2024-2025
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